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Mauro Zanardelli

naturopata

benessere naturale

Leggere l’Invisibile: Medicina, Fisica e il Linguaggio della Guarigione

da | Mar 9, 2026 | naturopatia | 0 commenti

libro in giapponese

Un libro scritto in Hiragana e Katakana può sembrare solo carta, inchiostro e colla.
Ma il significato esiste, anche quando non sappiamo leggerlo.

Forse alcuni fenomeni della salute funzionano allo stesso modo.
Non sono privi di senso: siamo noi a non possedere ancora l’alfabeto giusto per interpretarli.

Dalla fisica classica alla biologia quantistica, questa puntata esplora una possibilità: che la guarigione parli anche il linguaggio dell’informazione, della coscienza e delle relazioni.

Indice

Oggi parleremo di Hiragana e Katakana. Parleremo di informazioni, di princìpi, e di un modo diverso di osservare il malessere. Un modo che può spostare il nostro punto di vista e aprire una nuova lettura di ciò che chiamiamo sintomo.

Benvenuta, benvenuto nel Cerchio di Asclepio.
Sono Mauro, sono un naturopata, e oggi ti propongo un piccolo esperimento: cambiare prospettiva.

In questa puntata non cercheremo risposte definitive né dimostrazioni. Mi piacerebbe piuttosto esplorare con te un’ipotesi: che esistano ambiti dell’esperienza umana che richiedono un alfabeto diverso.

Sei pronta, sei pronto… un paio di respiri profondi ed entriamo nel cerchio.

Oggi vorrei aprire questa puntata del Cerchio condividendo con voi un episodio personale. 

Passeggiando tra gli scaffali di una libreria, un libro con una copertina rigida dorata piena di strani simboli ha attirato la mia attenzione. Senza pensarci troppo, l’ho comprato.
Tornato a casa, mi sono preparato una tisana, mi sono seduto in poltrona, ho aperto il mio nuovo acquisto e… non sono riuscito a capire una sola parola. 

Il libro era scritto in caratteri che sembravano piccoli disegni, completamente incomprensibili. Era in giapponese.

Ti assicuro… cercare di leggere e comprendere un testo in giapponese senza conoscere il giapponese è un’impresa impossibile, e crea tanta frustrazione.  

Prova ad immaginare questa sensazione: hai davanti qualcosa di potenzialmente straordinario, ma non hai gli strumenti per capirlo. 

Penso che questa sensazione di frustrazione assomigli a ciò che accade quando un medico, formato rigorosamente nella medicina moderna – o forse sarebbe più corretto dire nello scientismo moderno – prova a parlare, a giudicare la medicina cinese o l’omeopatia senza conoscerne il linguaggio. 

Le parole non combaciano, i concetti non si incastrano e il dialogo si interrompe prima ancora di iniziare.

Mi piacerebbe porti una prima domanda. E se, per leggere davvero il “libro” della medicina naturale, della naturopatia, della medicina cinese e dell’omeopatia, fosse necessario imparare un altro alfabeto?

Oggi voglio esplorare con te proprio questo: come il linguaggio della scienza moderna, fondato sulla fisica classica, possa diventare un limite quando cerchiamo di comprendere sistemi diversi. Ma prima di tutto, torniamo alla medicina allopatica.

La medicina moderna è una meraviglia. Pensa alla risonanza magnetica, che usa l’elettromagnetismo per vedere dentro il nostro corpo oppure agli esami del sangue, che misurano con precisione i livelli di glucosio o i valori dei globuli bianchi e ci può dire la quantità di glucosio che abbiamo nel sangue o come il nostro organismo sta rispondendo ad una infiammazione. 

Tutto questo si basa sulla fisica classica e sui princìpi e leggi della fisica classica: meccanica, termodinamica, elettromagnetismo. È il mondo delle cose misurabili, delle leggi di causa ed effetto, delle regole scritte da dei geni come Newton e Cartesio secoli fa.  

Per esempio, quando misuriamo la pressione arteriosa, usiamo principi di fluidodinamica, un ramo della fisica classica. 

Oppure utilizziamo, la legge di Fick che ci spiega come l’ossigeno si diffonde nei polmoni. 

La fisica classica è un linguaggio chiaro, ripetibile, affidabile. 

Ma questo approccio ha un limite chiaro: descrive ed è applicabile esclusivamente solo a ciò che è osservabile, tangibile, quantificabile.

E se la salute e il malessere fossero anche altro?

Se esistesse una parte del “testo” che non riusciamo a leggere perché non abbiamo ancora i mezzi per poterlo comprendere non conoscendo i simboli con cui è scritto?

La fisica classica funziona benissimo quando descrive il movimento di un arto, il battito cardiaco, la temperatura corporea. 

Ma entra in difficoltà quando si confronta con fenomeni come l’effetto placebo, per esempio. 

In molti studi si è notato che, fino al 30% dei pazienti migliora semplicemente perché crede di ricevere una cura. 

La mente influenza il corpo, ma il modello scientifico classico fatica a spiegare come avvenga questo dialogo. Sappiamo che accade, lo osserviamo, lo misuriamo, ma quando proviamo a descriverne il meccanismo profondo, il linguaggio della fisica classica si inceppa.

Lo stesso vale per il rapporto tra la coscienza e la nostra fisiologia. Attraverso la meditazione, la concentrazione e l’intenzione consapevole possiamo modificare parametri fisiologici misurabili: frequenza cardiaca, livelli di infiammazione, risposta allo stress, attività del sistema nervoso autonomo. Il dati sono evidenti. 

Ciò che resta in gran parte oscuro è come la mente riesca a intervenire sulla materia biologica in modo così diretto.

In realtà questa difficoltà persiste e continuerà a perdurare, se vogliamo utilizzare la fisica classica, ma se cambiamo il vocabolario, il linguaggio con cui leggiamo questi eventi e utilizziamo i modelli della fisica quantistica tutto diventa più semplice, più leggibile più comprensibile.

Per cambiare il nostro vocabolario, dobbiamo prima però capire da dove arriva questo nuovo alfabeto e fare un passo indietro nella storia.

La fisica quantistica non è una teoria recente. Nasce tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, con i lavori di Planck, Heisenberg, Schrödinger, Bohr. 

All’inizio appariva come un costrutto puramente teorico, quasi filosofico, utile per descrivere il comportamento delle particelle subatomiche ma apparentemente lontano dalla vita quotidiana e ancor più, dalla medicina.

La fisica quantistica ha introdotto concetti radicalmente nuovi che in realtà hanno aperto nuove prospettive come ad esempio: 

  • la non località, 
  • il ruolo dell’osservatore, 
  • la probabilità al posto della certezza, 
  • l’idea che la realtà non sia fatta solo di oggetti solidi, ma anche di campi, informazioni, relazioni. 

In questo paradigma, la materia non è qualcosa di statico, ma il risultato di processi dinamici profondi.

Per molto tempo si è pensato che questi fenomeni fossero confinati al mondo microscopico, irrilevanti per i sistemi biologici complessi. Ma con il passare dei decenni, e con l’evoluzione degli strumenti di osservazione, questa convinzione ha iniziato a incrinarsi.

Oggi, per esempio, esiste un campo di ricerca chiamato biologia quantistica, che studia il ruolo di fenomeni quantistici in processi biologici fondamentali. 

La fotosintesi, ad esempio, sembra sfruttare stati di coerenza quantistica per massimizzare l’efficienza energetica. 

L’orientamento degli uccelli migratori è stato collegato a meccanismi quantistici sensibili ai campi magnetici terrestri. 

Fenomeni che per anni non sono stati spiegabili trovano ora una possibile chiave di lettura proprio attraverso questo nuovo alfabeto.

Questo non vuol dire che “tutto sia da analizzare attraverso il mondo quantistico” in modo semplicistico.
Significa però che il confine tra materia, informazione ed energia è molto più sottile di quanto la fisica classica avesse immaginato.

E a questo punto un ulteriore domanda diventa inevitabile:
se la vita utilizza, almeno in parte, un linguaggio quantistico, è possibile che anche il corpo umano, e il rapporto tra mente e corpo, si muovano su livelli che non possiamo comprendere usando solo le categorie meccaniche tradizionali?

Forse non possiamo negare il fenomeno.
Ma, forse quello che manca ancora è una parte del linguaggio per descriverlo.

Torniamo per un momento al libro incomprensibile con al copertina rigida d’oro e con gli strani simboli stampati.
Se lo guardo con gli occhi della fisica classica, vedo solo carta, inchiostro e colla. 

Ma un libro, oggettivamente, tutti lo sappiamo, non è solo questo. 

Un libro può cambiare il nostro modo di pensare, farci emozionare, trasformarci.

Eppure, dal punto di vista materiale, è solo carta, colla e inchiostro. Nessuno però lo riduce davvero a questo. Un libro è un veicolo di informazioni che trascende la materia di cui è fatto.

Se quel libro fosse scritto in Hiragana e Katakana, come il libro che ho appena acquistato, sapremmo comunque che contiene significato. 

Il fatto di non comprenderlo dipende solo dalla nostra ignoranza del codice, della lingua in cui è stato scritto, non dall’assenza di contenuto.

E se, per esempio, anche l’omeopatia funzionasse in modo simile?
Cioè non come una sostanza che agisce per quantità, ma come un messaggero che trasmette un informazione.

E se, per comprendere davvero la medicina cinese – il concetto di Qi, di Yin e Yang, di Jing – fosse necessario usare un linguaggio diverso da quello a cui siamo abituati? 

Un linguaggio che non descrive oggetti, ma processi. Non cose, ma relazioni.

E se, ancora, alcuni dei princìpi fondamentali che oggi attribuiamo alla fisica quantistica non fossero stati “scoperti” solo un secolo fa, ma fossero in realtà conoscenze molto più antiche, espresse in forme simboliche e filosofiche diverse?

Non trovi siano quesiti affascinanti: 

In realtà non c’è niente di nuovo. 

Il primo principio universale chiamato principio del mentalismo, uno dei sette principi universali descritti nel *Kybalion*, un testo della tradizione ermetica, dice che “tutto è mente”: l’universo, la realtà, persino la nostra salute sono manifestazioni della coscienza. 

In questa prospettiva, la materia non è più il punto di partenza, ma diventa il risultato. 

Ciò che accade nel corpo sarebbe l’espressione finale di processi più profondi, informazionali e coscienziali. E la malattia, prima ancora di essere un evento fisico, sarebbe una modifica di questi livelli.

Proviamo allora a immaginare la vita come un grande libro ancora in parte da scrivere. Non un libro già stampato, con una trama rigida e immutabile, ma un quaderno aperto, dove ogni esperienza aggiunge una frase, un capitolo, a volte una nota a margine che magari comprenderemo solo molto tempo dopo.

La via più naturale attraverso cui questo libro si scrive è l’esperienza.
Non lo studio teorico, non l’idea astratta, ma l’esperienza vissuta nel corpo, nelle emozioni, nelle relazioni. 

Finché qualcosa resta solo un concetto, una spiegazione mentale, non diventa realmente conoscenza. Diventa conoscenza integrata solo quando attraversa la vita, quando lascia un segno, quando ci modifica.

In questo senso, la vita può essere vista come una scuola.
Una scuola particolare, però: non ci sono programmi uguali per tutti, non ci sono esami standardizzati, e soprattutto non ci sono scorciatoie vere. 

Ognuno impara ciò che deve imparare passando attraverso le proprie esperienze, anche – e forse soprattutto – quelle difficili.

La malattia, da questa prospettiva, non è più perciò un errore del sistema.
Non è semplicemente un guasto da eliminare il più in fretta possibile. 

Ma è una delle esperienze che la vita ci propone. Un’esperienza intensa, scomoda, spesso dolorosa, ma non per questo priva di significato.

Questo non significa idealizzare la sofferenza o cercarla.
Significa però riconoscere che, come ogni esperienza, anche la malattia porta con sé un’informazione. 

Se viene solo combattuta, zittita, soppressa, quell’informazione non potrà essere integrata. 

Se invece viene ascoltata, compresa, attraversata con consapevolezza, può trasformarsi in apprendimento, in crescita.

La tendenza dell’approccio scientista moderno è diversa.
L’obiettivo implicito è una vita senza malattia. Una vita sterilizzata dall’imprevisto, dall’errore, dal sintomo. 

Ma questa promessa, oltre a essere probabilmente un’utopia, porta con sé una conseguenza meno evidente: togliere la malattia significa togliere l’esperienza. 

E togliere l’esperienza significa, in ultima analisi, togliere la possibilità di crescita.

Una vita senza febbre, senza crisi, senza segnali di squilibrio, sarebbe davvero una vita più ricca?
O sarebbe una vita più povera, meno profonda, meno capace di trasformazione?

Ed è qui che entra in gioco un’altra interessante possibilità.

La possibilità di non vivere per forza l’esperienza nella sua forma più cruda e distruttiva, ma riceverne comunque l’informazione fondamentale. Come se esistesse un modo per apprendere la lezione senza dover ripetere l’intero esame.

L’omeopatia, da questo punto di vista, si muove su un piano molto particolare.
Il suo principio cardine, similia similibus curantur – “i simili si curano con i simili” – non ha come obiettivo quello di sopprimere il sintomo o bloccare il processo. Al contrario, utilizza un’informazione simile a quella che ha generato la malattia per dialogare con il sistema.

Non per fermare l’esperienza, ma per facilitarne l’integrazione.
Non per negare il messaggio, ma per renderlo comprensibile senza dover attraversare tutta la sofferenza che quel messaggio potrebbe comportare.

In questo senso, possiamo vedere l’omeopatia come una sorta di scorciatoia evolutiva.

Non una scorciatoia che evita l’apprendimento, ma una scorciatoia che permette di ricevere l’informazione senza dover vivere l’esperienza nella sua forma più estrema. Un messaggero, appunto, che consegna il contenuto essenziale.

Per la fisica classica, abbiamo detto prima, quel libro resta solo un oggetto: carta, inchiostro, colla. Ma quando lo leggiamo, accade qualcosa che va oltre la materia. Il libro diventa un veicolo di significati, di immagini, di trasformazioni interiori. Non è più solo un oggetto fisico, è un campo di informazioni.

L’omeopatia potrebbe funzionare allo stesso modo.
Non agisce per quantità di sostanza, ma per qualità di informazione. Non parla tanto al corpo come macchina, ma al sistema nella sua totalità: corpo, mente, coscienza. Un segnale sottile che non forza, ma suggerisce. Non impone, ma orienta.

Da questa prospettiva, il problema non è che l’omeopatia “non funzioni”.
Il problema è che stiamo cercando di leggerla con l’alfabeto sbagliato, l’alfabeto della fisica classica, peggiorata ulteriormente dall’approccio scientista dove tutte deve essere misurato.

A questo punto è inevitabile citare alcuni tentativi, anche controversi, di costruire un ponte tra questi mondi.

Il professore Luc Montagnier, premio Nobel per la medicina nel 2008 per la scoperta del virus dell’immunodeficienza umana (HIV), identificato nel 1983 come la causa dell’AIDS, non è stato un mistico né un oppositore della scienza moderna, anche se, in realtà, negli ultimi anni della sua vita ha avuto conflitti con alcuni medici paladini dello scientismo estremo e del facile guadagno. 

Il professor Montagnier, era un biologo molecolare rigoroso, formatosi pienamente all’interno del paradigma classico. Proprio per questo, le sue ricerche più tarde hanno suscitato tanto interesse quanto resistenza.

Il professor Montagnier ha ipotizzato che alcune soluzioni acquose possano emettere segnali elettromagnetici debolissimi, come se l’acqua fosse in grado di conservare una traccia informazionale delle sostanze con cui è entrata in contatto. 

Non parlava di “memoria” nel senso poetico o simbolico del termine, ma di strutture dinamiche, campi coerenti, organizzazioni dell’acqua che non si lasciano descrivere solo in termini chimici.

Le sue ipotesi non sono diventate consenso scientifico.
Ed è giusto dirlo chiaramente. Queste osservazioni, se lette attraverso la lente della fisica classica sono semplicemente assurde.

Ma il punto interessante non è tanto se Montagnier “avesse ragione” o “torto”. Il punto è che ha osato porre una domanda che il paradigma dominante tende a evitare:
è possibile che l’informazione biologica non sia veicolata solo dalla materia, ma anche da campi, segnali, pattern organizzativi?

Questa domanda ci porta naturalmente fuori dalla fisica classica e ci avvicina ad una visione quantistica.

Ed è qui che entra in scena il dottor Amit Goswami, un fisico teorico con un dottorato in Fisica nucleare teorica all’Università di Calcutta, formatosi nella meccanica quantistica più ortodossa. 

Il dottor Goswami non propone l’omeopatia come una magia alternativa alla scienza, ma come un fenomeno che, se esiste, non può essere spiegato con gli strumenti concettuali sbagliati.

Secondo il dottor Goswami, il problema non è l’omeopatia, ma il riduzionismo.
Se si parte dall’idea che solo ciò che è materiale e misurabile sia reale, allora qualunque fenomeno informazionale o coscienziale viene automaticamente escluso dal campo del “possibile”.

La meccanica quantistica, ha già incrinato questa visione e ha già proposto le sue osservazioni.

Nel mondo quantistico, l’informazione non è un dettaglio secondario: è centrale. 

L’osservatore conta. 

La misura modifica il sistema. 

Le possibilità precedono l’evento. 

La realtà non è solo una macchina, ma un processo.

Il dottor Goswami propone allora un’ipotesi di lavoro: l’omeopatia non agirebbe a livello molecolare, ma a livello informazionale e coscienziale. 

Non “spinge” il corpo a guarire, ma fornisce un input che il sistema utilizza se e quando è pronto a farlo.

Non una causa meccanica, ma una condizione di risonanza.

Questa prospettiva non chiede di abbandonare la scienza, ma di riconoscerne i confini e i limiti.

La fisica classica è straordinaria per descrivere ciò che è ripetibile, misurabile, isolabile. 

Ma quando entriamo nel territorio dell’esperienza soggettiva, della coscienza, del significato, stiamo leggendo un altro capitolo del libro della realtà, scritto con una lingua diversa e che necessita si un vocabolario nuovo per essere compreso.

A questo punto, se guardiamo il quadro dall’alto e utilizziamo il giusto linguaggio di lettura, la medicina cinese smette di sembrare un sistema esotico o arcaico.

Diventa, paradossalmente, sorprendentemente moderna.

Il concetto di Qi viene spesso tradotto in modo riduttivo come “energia”.
Ma chiunque abbia studiato seriamente la medicina cinese sa che questa traduzione è comoda, ma non corretta. 

Il Qi non è energia nel senso elettrico o calorico del termine. Non è qualcosa che si misura in joule o in volt.

Il Qi è funzione.
È dinamica.
È informazione in movimento.

Quando la medicina cinese parla di Qi, non sta descrivendo una sostanza, ma un processo. Sta osservando come qualcosa accade, non di cosa è fatto. Il Qi è ciò che organizza, collega, coordina. È il principio che permette alla materia di comportarsi in un certo modo.

In questo senso, il Qi assomiglia molto più a un campo informazionale che a una forza meccanica.

Pensiamo ai meridiani.
Non sono tubi, non sono nervi, non sono vasi sanguigni. Eppure, seguono percorsi coerenti, ripetibili, funzionali. 

La medicina cinese non li ha mai intesi come strutture anatomiche, ma come linee di comunicazione. Vie preferenziali lungo cui l’informazione biologica scorre.

Non a caso, quando il Qi fluisce correttamente, la funzione è armonica.
Quando il Qi è stagnante, ribelle o carente, la funzione si altera. 

E solo in un secondo momento compare la lesione, il sintomo, la patologia visibile.

La medicina occidentale tende a partire dalla fine del processo.
La medicina cinese parte dall’inizio.

E qui il collegamento con Montagnier e Goswami diventa naturale.

Se accettiamo anche solo come ipotesi di lavoro che il corpo non sia regolato esclusivamente da reazioni chimiche, ma anche da campi informazionali, allora il Qi diventa una mappa funzionale di questi campi. 

Un linguaggio simbolico, raffinato nei secoli, per descrivere fenomeni che oggi iniziamo appena a intuire con strumenti diversi.

Il Qi non “spinge” il sangue.
Non “accende” gli organi.
Il Qi informa il sistema su come comportarsi.

È per questo che due persone con la stessa diagnosi occidentale possono avere quadri di squilibrio del Qi completamente diversi. 

Questo avviene perché la diagnosi occidentale fotografa la struttura, mentre la medicina cinese legge il processo, l’informazione che sta dietro la struttura.

In questo quadro, anche l’omeopatia trova una sua collocazione più chiara.

L’omeopatia non agisce sul piano della materia, ma su quello del segnale. 

Non interviene sulla lesione, ma sulla regolazione attraverso la comunicazione e proprio come l’agopuntura non aggiunge nulla al corpo, ma modifica una comunicazione già esistente.

Non stiamo parlando di energie misteriose o forze invisibili nel senso magico del termine.
Stiamo parlando di informazione biologica non locale, non lineare, non riducibile a una singola molecola.

La medicina cinese non ha mai avuto bisogno di dimostrare il Qi in laboratorio.
Ha sempre lavorato sugli effetti funzionali: se il sistema si riequilibra, il modello è utile. Se non si riequilibra, il modello va corretto.

È un approccio pragmatico, non dogmatico.

Forse oggi, con il linguaggio della fisica moderna e della biologia dei sistemi, possiamo rileggere il Qi non come un concetto pre-scientifico, ma come una descrizione anticipata di qualcosa che stiamo solo ora iniziando a chiamare per nome.

Ancora una volta, il problema non è se il Qi “esista”.
Il problema è se siamo disposti a riconoscere che esistono fenomeni reali che non si lasciano ridurre immediatamente alla materia.

E forse, ancora una volta, non manca la realtà.
Manca l’alfabeto per leggere e comprendere.

Ecco il punto: per capire l’omeopatia, la medicina cinese o persino la coscienza, non possiamo usare il linguaggio della fisica classica. È come provare a leggere il mio bellissimo libro con la copertina rigida dorata scritto in giapponese senza conoscere l’Hiragana o il Katakana. 

La fisica classica parla di materia, misure, ripetibilità. Ma fenomeni come l’effetto placebo, la meditazione o l’omeopatia, il Qi sembrano parlare un linguaggio diverso, fatto di informazioni, vibrazioni, coscienza.  

Pensate alla fisica moderna: la relatività generale descrive il macrocosmo, le stelle, i buchi neri. La meccanica quantistica esplora il microcosmo, le particelle subatomiche. 

Questi nuovi paradigmi hanno ampliato il nostro vocabolario scientifico. Forse è il momento di fare lo stesso con la medicina, integrando idee come il principio del mentalismo e i principi universali o la biologia quantistica.  

Immaginate un futuro in cui la diagnostica userà sensori quantistici per captare segnali informazionali invisibili, o in cui l’omeopatia verrà studiata non come una “pillola magica”, ma come un modo per trasmettere informazioni e esperienza alla coscienza. 

È chiaramente una rivoluzione che richiede un nuovo alfabeto.

Il mio libro giapponese. Non l’ho ancora letto, ma so che dentro c’è un tesoro di idee, se solo imparo il linguaggio giusto per comprenderlo. 

La medicina moderna è come quel libro: piena di sapere, ma scritta in un alfabeto che non sempre coglie tutto. 

Fenomeni come l’omeopatia, la coscienza o l’effetto placebo ci sfidano a imparare un nuovo linguaggio, l’hiragana e il Katakana quantistico che integri scienza, filosofia e forse anche un pizzico di mistero.  

La prossima volta che vi sentite frustrati perché qualcosa non “ha senso” secondo la scienza, chiedetevi: e se fosse solo una questione di linguaggio? Magari non stiamo leggendo il libro sbagliato, ma solo usando l’alfabeto sbagliato.  

Ci vediamo presto qui nel cerchio o come si dice in giapponese サークルでまた会いましょう (Sākuru de mata aimashō)

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mauro zanardelli

Sono un naturopata, iridologo, riflessologo. Dopo il diploma in Naturopatia ho approfondito lo studio della fitoterapia seguendo corsi di nutrizione e fitoterapia integrata, corsi sul sistema endocrino e neuroendocrinologia in fitoterapia, fitoterapia oncologica e riassetto dei problemi intestinali e della sindrome metabolica con approccio naturale. Oltre all’utilizzo delle piante ho proseguito nello studio della riflessologia plantare, della tecnica metamorfica, e creato la tecnica Kintsugi, una tecnica particolare che unisce il lavoro sul corpo con i principi della psicosomatica. Iscritto al registro degli Operatori delle Discipline Bio Naturali seziona Naturopatia con il codice 2016/NT373 istituito dal comitato Tecnico Scientifico della Lombardia.
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